La ricchezza geologica dell’Altipiano del Calisio è conosciuta fin dall’antichità dai suoi abitanti e dai signori della vicina Trento. Alcune risorse del sottosuolo hanno avuto un ruolo molto importante nello sviluppo di questo territorio.

Il nome stesso deriva dai giacimenti d’argento coltivati nel Medioevo da minatori di origine germanica, i canòpi, che estraevano il prezioso metallo per conto del Principe Vescovo: con l’argento del Calisio si coniava allora la moneta di Trento. Al loro lavoro dobbiamo il paesaggio lunare che caratterizza l’area centrale dell’Ecomuseo, crivellato da migliaia di pozzi e chilometri di stretti cunicoli. Dal Calisio proviene anche il Rosso Ammonitico, la roccia utilizzata per costruire la città di Trento fin dall’Età romana. I famosi cubetti di Porfido con cui sono lastricate strade e piazze, provengono dal lembo settentrionale dell’Ecomuseo, nel territorio di Albiano e Fornace.

 



L'Argento e i Canòpi

16 GEN '22
Sottosuolo

La Formazione di Werfen custodisce un giacimento di galena argentifera, un solfuro di piombo che contiene una piccola parte di argento.

Nel Medioevo il Principe Vescovo di Trento avviò una coltivazione intensissima del deposito, convocando i migliori minatori e lavoratori dell’argento dalle regioni germaniche (i canòpi – dal tedesco knappen). Per regolamentare questa attività nacque il più antico statuto minerario europeo, il Liber de Postis Montis Arzentarie contenuto nel Codex Wangianus redatto da Federico Vanga all’inizio del XIII secolo. L’argento alimentava probabilmente la zecca di Trento, attiva in quegli anni, in cui si coniavano i cosiddetti “grossi”.

Le tracce archeologiche di questa industria estrattiva sono impressionanti e costituiscono un unicum a livello europeo: decine di migliaia di pozzi verticali (i “cadìni”) e chilometri di labirintici cunicoli scavati a mano (le “canope”) attraversano l’Altipiano trasformandolo in un paesaggio lunare.

L’argento fu esaurito in pochi secoli a causa di una coltivazione di rapina, tanto che già nel 1637 lo storico Michelangelo Mariani riferisce che delle miniere non rimanevano che “antiche vestigia”.

I tentativi di riapertura delle coltivazioni nel secolo scorso non andarono a buon fine, ma i rilievi dei geologi impegnati in quegli anni (primo fra tutti Gian Battista Trener) ci forniscono moltissimi dati sul giacimento e sullo sviluppo delle gallerie, che sono la base per le ricerche attuali.

Tra 1800 e 1900 (fino agli anni ’60) alcune miniere furono coltivate per la barite, un minerale bianco e molto pesante di cui nel Medioevo non si conoscevano le potenzialità e che viene impiegato in diversi campi dell’industria moderna (dalle vernici, ai pozzi petroliferi, alla medicina).

Quella dei canòpi (dal tedesco antico knappen) è una storia in gran parte ancora sconosciuta, che gli studi promossi dall’Ecomuseo potranno forse dipanare negli anni a venire, grazie alla collaborazione con un team di ricerca internazionale (Università di Monaco di Baviera). I termini tecnici tedeschi nel Liber e la somiglianza delle tracce archeologiche del Calisio con quelle di contesti centro-europei, confermano l’ipotesi che questi minatori provenissero dai territori germanici in cui l’arte estrattiva era molto sviluppata.

Oggi conosciamo una decina di canòpe che hanno un certo sviluppo, alcune estese per qualche chilometro: salvo per le gallerie più brevi e ampie, l’accesso è consentito solo se accompagnati da un esperto.