L’Ecomuseo Argentario deve il suo nome alle miniere d’argento medievali, le cosiddette canòpe, che si trovano in gran parte del suo territorio.
Sono stretti cunicoli scavati a mano da minatori venuti dalle regioni germaniche quasi mille anni fa, alla ricerca del prezioso minerale (i canòpi).
L’Ecomuseo propone visite guidate speleologiche con guide esperte all’interno di una delle miniere, la “Canopa delle Acque", per un massimo di 10 persone e nell’ambito di eventi organizzati. Consultate la pagina dell’Ecomuseo per verificare la data della prossima visita.
Per esplorare il paesaggio minerario dell’Altipiano del Monte Calisio potete percorrere il Sentiero delle Canòpe.
L’area mineraria del Monte Calisio è la più estesa e una delle più antiche dell’Alta Valsugana e del Trentino in generale. L’Altipiano è stato intensamente sfruttato per l’estrazione della galena argentifera nel Medioevo. Le prime fonti scritte sono della fine del XII secolo ma il radiocarbonio fornisce date anche più antiche: campioni provenienti dalla miniera del Dos del Cuz hanno fornito datazioni tra il 1060 e il 1290 d.C..
Per regolamentare l’attività estrattiva in questo territorio il principe vescovo Federico Vanga fece redigere il famoso statuto minerario composto da documenti datati 1185 e 1208-1214 d.C., conservato all’interno del Codex Wangianus. È probabile che i minatori ingaggiati dal vescovo fossero di origine germanica, provenienti da regioni in cui l’arte mineraria era molto sviluppata e da cui derivano anche le norme trascritte nello statuto: per questo motivo ancora oggi sono chiamati canòpi, dal tedesco antico Bergknappen.
L’attività estrattiva fu fiorente fino alla metà del XIII secolo, in seguito le miniere ormai esaurite vennero abbandonate, ma diversi tentativi di ripresa sono documentati nel XV-XVI secolo, soprattutto sul versante di Trento. Nel 1800 e nel secolo scorso furono realizzati diversi interventi di scavo, in particolare per la ricerca della barite che i canòpi avevano trascurato, in particolare nella zona di Meano (Pralungo, Agli Orti) e sul Doss delle Grave a Civezzano. Le campagne più importanti furono quelle della Mons Argentarius, la società fondata dal geologo G.B. Trener con lo scopo di trovare l’argento dove i canòpi non erano potuti arrivare: purtroppo non ebbe molto successo ma documentò in modo molto dettagliato i vecchi scavi, raccogliendo dati che sono oggi fondamentali per studiare questi contesti.
L’area mineraria si estende dalla città di Trento (Meano, Montevaccino) fino a Civezzano, Albiano e Fornace. I territori maggiormente interessati dagli scavi sono il Monte Corno e il Mongalina (tra Meano ed Albiano), il Lago di Santa Colomba e il Doss delle Grave a Civezzano, il Doss del Cuz tra Civezzano e Fornace.
Le tracce archeologiche sono impressionanti e costituiscono un unicum a livello europeo. Il giacimento di galena è stato coltivato utilizzando sia pozzi verticali (i cosiddetti cadìni), sia gallerie orizzontali (le cosiddette canòpe) a seconda della posizione dell’affioramento. I cadìni possono essere veri e propri pozzi che conducono nelle gallerie (alcuni dei quali con una profondità fino a 50 m) oppure, laddove siano chiusi sul fondo, saggi di scavo non andati a buon fine che possono avere un diametro tra i 3 e i 20 m: ciò giustifica il loro enorme numero. Un recente studio basato su analisi GIS ha stimato circa 6700 cadìni, mentre in bibliografia si ipotizzavano numeri ben maggiori, fino ai 100.000 stimati da Gian Battista Trener. I pozzi sono ben visibili sul DTM LiDAR realizzato dalla Provincia autonoma di Trento e danno l’impressione di trovarsi in un paesaggio lunare. Le gallerie (canòpe) ancora accessibili sono un centinaio, con uno sviluppo che va da pochi metri a oltre 1 km. Nel 2016 è stata effettuata una nuova mappatura dei principali imbocchi da parte di alcuni volontari dell’Ecomuseo Argentario: i dati sono stati caricati su una mappa opensource consultabile dal sito dell’Ecomuseo nella sezione progetti (Argentario Mapping).
Le canòpe sono scavate per lo più con strumenti manuali, tranne laddove ci siano interventi del secolo scorso o di fine ‘800, realizzati con l’esplosivo. Lo studio delle tracce di lavorazione ha permesso di individuare principalmente segni di picconi di diverse dimensioni, per lo più probabilmente a percussione diretta, che lasciano tracce corte e irregolari caratterizzate da una punta triangolare all’estremità. In Germania questi strumenti sono frequenti in contesti di XII-XIII secolo, facendo coincidere il dato archeologico con le fonti scritte. Frequenti sono anche le tracce di utilizzo del firesetting, lo scavo a fuoco. In rari casi sono stati individuati anche incavi per l’alloggio di cunei, utilizzati per allargare cunicoli scavati a fuoco in direzione della vena. Dalle esplorazioni nelle canòpe, provengono alcuni lumini in pietra tipici di questo contesto minerario (rinvenuti anche recentemente dai volontari dell’Ecomuseo) e alcuni attrezzi in ferro rinvenuti nel secolo scorso da G. B. Trener e conservati presso il MUSE – Museo delle Scienze di Trento (Collezione Miniere): questi ultimi sono più probabilmente databili al XV-XVI secolo, quindi riferibili ai tentativi di ripresa documentati in quegli anni, o addirittura ad epoche più recenti.
Per quanto riguarda gli scavi del secolo scorso, l’area più interessante è quella del Dos delle Grave: qui fino agli anni ’60 è stata recuperata la barite dalle vecchie discariche e sono state realizzate alcune nuove gallerie. Il dosso è caratterizzato da un suolo molto povero che ha impattato sulla vegetazione, costituita da pini “bonsai”: l’area è una riserva naturale provinciale facente parte della Rete Natura 2000.
Non ci sono dati archeologici riguardo ai siti di trasformazione del minerale e anche le fonti scritte scarseggiano, tanto da portare alcuni autori ad ipotizzare che il materiale fosse lavorato altrove. Alcune tracce indirette e recenti studi fanno però pensare che almeno una prima fase di raffinazione avvenisse nei pressi dell’area mineraria. Il toponimo Slacche, località lungo la Statale della Valsugana in Comune di Civezzano, si riferisce al tedesco Schlacke, che indica gli scarti di lavorazione metallurgica: nella zona sono state rinvenute alcune scorie scure e vetrose che potrebbero essere riferite alla lavorazione della galena. A San Lazzaro di Lavis sono state rinvenute scorie simili e in questa zona secondo le fonti di XVI secolo si trovavano dei forni. Secondo Trener a fine ‘800 era stata rinvenuta la base di un forno a Montevaccino, in loc. Asotta e nello stesso periodo erano presenti molte scorie nei pressi del castello di Fornace; Ausserer riferisce invece di cumuli di scorie rinvenuti a Barco di Sotto (Albiano). Dalle recenti analisi delle fonti scritte condotte da Marco Stenico è emerso che nel XVI secolo sopra Civezzano sul Rivo di Santa Colomba erano presenti diversi edifici per il trattamento del minerale e almeno un forno; nel XIV secolo è invece documentato un altro toponimo Slache presso un mulino lungo il Torrente Silla sotto Nogaré e Fornace.
Dal 2013 è in corso un progetto di ricerca archeologico-mineraria nato dalla collaborazione tra l’Ecomuseo Argentario e l’Università di Monaco, che ha permesso di comprendere meglio le tecniche di scavo, affinare la cronologia e formulare alcune ipotesi sui luoghi di insediamento dei minatori e i siti di lavorazione del minerale. Durante le campagne sono stati effettuati rilievi di dettaglio all’interno della Canopa delle Acque, con mappatura delle tracce di lavorazione e sono stati prelevati campioni di carbone dalla Canopa del Dos del Cuz, poi datati al radiocarbonio. In superficie è stato effettuato un survey sistematico sul Dos del Cuz e sono state mappate con GPS le principali tracce antropiche: questo lavoro è stato completato e arricchito nell’ambito del progetto Virtual Arch Alcuni piccoli saggi di scavo in quell’area hanno messo in luce livelli carboniosi nei quali si rinvengono frammenti di ceramica grezza medievale e scorie di lavorazione del ferro.
